Colloquio di lavoro: domande a trabocchetto

Tra le insidie più grosse dei colloqui di lavoro meritano un capitolo a parte le cosiddette domande a trabocchetto.
Da che esistono i colloqui, la curiosità di conoscere se qualcuna di queste temibili domande è stata posta in passato suscita l’interesse non solo dei candidati ma di tutte le persone coinvolte nella disquisizione. Ebbene sì, taluno potrà obiettare ritenendo esagerato anche il solo fatto di interrogarsi su una simile questione, se di questione si tratta. Eppure, se dovesse capitarvi di parlarne con qualcuno, oppure di ascoltare una conversione in merito, noterete come sia un dilemma che attanaglia tanti aspiranti lavoratori e che spesso può condizionare il buon andamento di un colloquio di lavoro.
Ma cerchiamo di capire le cause che determinano queste insicurezze nei candidati, partendo dallo scopo per cui vengono poste dai selezionatori.
“Alcune risposte dicono di noi più di quello che intendiamo far sapere”
L’obiettivo per cui vengono poste domande a trabocchetto in sede di colloquio è semplice: alcune nostre risposte rivelano più di quanto intendiamo far sapere alla persona che abbiamo di fronte. Una modalità probabilmente subdola di carpire dettagli sulla nostra personalità, funzionale a chi ci esamina, poiché fornisce elementi non trascurabili per valutare se siamo la persona giusta per quell’occupazione.
Quindi, con molta serenità si può affermare che i selezionatori pongono domande a trabocchetto per trarre il maggior numero di informazioni utili su di noi.
A questo punto immaginiamo vi starete chiedendo: C’è un modo per difendersi? Esiste un sistema per gestire l’incertezza di non sapere se ciò che stiamo dicendo ci aiuterà o meno a superare l’ostacolo?
La risposta è sì. Il dubbio che i selezionatori insinuano in noi può essere combattuto attraverso una preparazione mirata, che non trascuri nessun dettaglio. Trasformarla in un’arma di difesa non è però qualcosa che si improvvisa. Non esistono metodi scientifici che possano garantire la riuscita di questa operazione. È possibile – tuttavia - spostare i riflettori altrove, curando strategicamente le informazioni che vogliamo trasmettere, in maniera tale che la situazione possa girarsi a nostro vantaggio.
Cerchiamo di capire dove si nascondono i problemi e come prepararsi ad affrontarli.
Domande a trabocchetto al colloquio di lavoro.
Come prepararsi al peggio.
Le domande a trabocchetto più pericolose sono quelle di carattere generale che, manco a farlo apposta, risultano essere anche le più frequenti in sede di colloquio di lavoro .
La problematicità non risiede nella domanda in sé ma nel fatto che non necessitano di una risposta secca o - se vogliamo - tecnica. Riguardano in sostanza la nostra sfera personale e per tale motivo vengono definite comportamentali. I nostri gusti, i nostri orientamenti, i pregi, i difetti, che pensiamo siano ininfluenti ai fini di un colloquio, in realtà ci definiscono. Definiscono che prototipo di lavoratore siamo e le nostre attitudini sul luogo di lavoro. Chi ci ascolta lo sa ed è preparato a coglierne tutte le sfumature.
Per cui, come si diceva, siccome sono domande che richiedono solitamente una risposta aperta, la nostra scommessa starà nel direzionarne il contenuto in maniera tale da renderle un punto a favore.
Vediamone alcune, tipiche, ed abbozziamo qualche risposta. Cerchiamo di capire il meccanismo che nascondono ed il tipo di ragionamento che si innesca.
Le risposte migliori alle domande più semplici
Partiamo dalla fine. Quelle che seguono sono una serie di domande da colloquio di lavoro che possono celare dei trabocchetti:
• Parlaci di te.
• Descriviti con un aggettivo
• Pregi e difetti del tuo carattere
• Che rapporto hai con i tuoi colleghi?
• Perché hai deciso di cambiare lavoro?
• Accetti le critiche?
• Se in disaccordo con il tuo capo. Come ti comporti?
• Perché dovremmo scegliere te?
Pregi e difetti
Cosa dice di noi il fatto di essere timidi, riservati o estroversi? Cosa comportano le nostre affermazioni per gli esaminatori? Dipende dalle situazioni. La discriminante principale sta nel tipo di lavoro per il quale ci siamo proposti.Ogni offerta presenta delle specificità per le quali l’esser riservato o estroverso può andare bene in alcuni casi ed in altri no. In un agente immobiliare la riservatezza potrebbe non esser vista di buon occhio, mentre in un bancario viene considerata una qualità da apprezzare.
Un carattere forte o intemperante può andare bene laddove sono richieste intraprendenza e spirito di iniziativa, ma può risultare problematico se la maggior parte del lavoro si svolge in gruppo. In tali contesti infatti si preferiscono persone equilibrate, che evitino i contrasti, in grado di gestire le pressioni, portatrici di una visione ottimistica della vita e del lavoro.
In verità, queste ultime sono tutte qualità su cui fare leva a prescindere. Chiaramente se trovano fondamento nella realtà.
Pregi non trascurabili inoltre sono l’onestà e l’affidabilità, richieste in particolar modo quando si maneggiano soldi o si analizzano dati. Ma anche qui occorre il supporto fattuale. Non basta solo decantarle. I selezionatori vogliono capire se siamo noi a pensare di essere fatti in un certo o se ci sono episodi rilevanti che lo comprovano.
Il rapporto con colleghi e superiori
Se siamo in disaccordo con uno nostro superiore o un collega come reagiamo? in maniera istintiva o costruttiva? A meno che non ci chiedano di violare la legge, gli ordini di un superiore vanno generalmente rispettati ed eseguiti. Ciò non equivale a comportarsi come automi. Siamo liberi di dissentire, esprimendo le nostre ragioni in maniera civile, nei modi e nei tempi più opportuni. Quindi, se abbiamo avuto un diverbio con un capo, o screzi sul luogo di lavoro, è bene esser sinceri fino in fondo. L’onestà paga quando c’è maturità nella risposta, nel dimostrare di aver capito eventuali errori e di averne fatto tesoro.
Come evitare i trabocchetti
Il nostro “chi siamo” deve risultare un racconto credibile e sostenibile.
Una parte fondamentale del lavoro di preparazione sta appunto nel selezionare e schematizzare le nostre migliori doti, rappresentarle nei fatti, riportando soltanto esperienze significative che non lascino dubbi all’esaminatore. L’aver restituito il portafogli all’anziano vicino di casa da bambini è un bel gesto che purtroppo non ci qualifica lavorativamente.
Il tenore delle nostre risposte deve seguire una linea di fondo comune. Occorre in sostanza mantenere equilibrio, possibilmente manifestando un certo distacco emotivo dalle situazioni narrate senza però apparire algidi nelle reazioni. Una eccessiva distanza dal contesto potrebbe essere interpretata come un fattore negativo. Tuttavia, se ci sono dei rancori ancora vivi rispetto ad esperienze passate è opportuno lasciarli a casa.